DOINA BOTEZ

Nata a Bucarest nel 1951 consegue la laurea in Belle Arti nel 1975, con la borsa di merito "Ion Andreescu" vinta nel 1974, presso l'Istituto Universitario "Nicolae Grigorescu" di Bucarest.
Si dedica all'illustrazione dei libri, soprattutto per bambini, oltre alla pittura e alla grafica, e diventa anche scenografa della casa cinematografica rumena di cartoni animati Animafilm.
Fin dal 1974 partecipa alle esposizioni collettive organizzate dall'Ordine degli Artisti di Romania.
Nel 1984 le viene conferita una borsa di studio, in Italia, nel quadro dell'accordo culturale italo-rumeno. Riesce ad esprimere, nella sua opera, anche alcuni aspetti tragici della dittatura, fino alle ammonizioni per le illustrazioni dei versi della poetessa dissidente Ana Blandiana. In seguito le autorità comuniste interdicono sua qualsiasi attività professionale nel campo dell’illustrazione di libri. Questo è il momento cruciale che determina  la sua decisione  di lasciare il Paese natio.

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Nel mese di novembre del ’89, un solo mese prima della caduta del regime comunista, parte per l’Italia. Dal 1989 vive e lavora a Roma, si dedica esclusivamente all’attività di pittura e grafica e nel 2004 diventa cittadina italiana.

Nel gennaio 1996, su invito del Governo Rumeno, in occasione della mostra "Monumenta Romaniae Vaticana", esegue un'interpretazione della "Madonna Rumena" quale dono a Sua Santità Giovanni Paolo II.


Nel 2000 realizza l'opera monumentale raffigurante un baccanale con personaggi e simboli tipici del corteo dionisiaco, dipinto che orna una delle cupole delle grotte d'invecchiamento ed affinamento della cantina d'arte della casa vinicola Mastroberardino.
Nel 2009, per la mostra personale „Nosce te ipsum”, nella Sala delle Colonne di Castel Sant’Angelo in Roma, riceve il patrocinio della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma.
Nel 2013 Skira Editore ha pubblicato l’album monografico “Doina Botez, Il corpo dell’immagine, opere 1989 -2013” a cura di Flaminio Gualdoni.

A guardare il mondo pittorico della Botez ci si avvedrà che ella non guarda al vero, alla realtà vera, quella che ci sta davanti tutti i giorni, ma piuttosto cerca di individuare una realtà interiore, che per lei, come per tutti gli artisti, è più vera del vero che si vede. La Botez, quindi non attinge al quotidiano. Chi sa se forse in questo suo recepire soprattutto gli stimoli e le pulsioni dell’Io profondo non ci sia un’obbiezione sottile a quella che era una condizione dominante nel suo paese, quando appunto era ancora nell’ambito dei paesi “socialisti”…

Giorgio Di Genova, Atripalda, 2000

         

Non c'e dubbio che la «fantasia» della pittrice (per la quale vengono in mente certi contemporanei spagnoli) - «fantasia» resa evidente per qualità di impostazione, nonché per talune e palesi «trasgressioni» segniche e formali, ma anche, e soprattutto diremmo, per tensione alla complessità simbolica di un narrato - tragga ispirazione dalla lezione «espressionista»…

I personaggi, infatti, sono sempre dichiarativi d'una situazione, d'una condizione d'esistenza. La loro gestualità, allora, non e affatto «gratuita», ma segue una logica ed una «disciplina» compositiva; gli spazi di reciproca separazione sono altresì interagenti: uniscono oltre che separare; le luci, infine, «battono» sul soggetto, le ombre avvolgono il rimanente. La pittura della Botez e a «camera» fissa sulla scena. Ciò vuol significare che essa, com'e naturale, inquadra tutto, ma, soprattutto, quel che e «messo in luce» dalla «sceneggiatura».

Domenico Guzzi, Roma, ottobre 2004

 

La Botez, tuttavia, non e una classicista attestata su posizioni arcaiche ma e un’artista nutrita di classicita senza alcun coinvolgimento di rimpianto o riproposta di cio che e irrimediabilmente perduto. E’ artista del nostro tempo che attinge, pero, dalla classicita un’idea fondamentale che funge da orientamento per tutta la sua opera. E questa idea e proprio nel criterio della continua e incessante trasformazione delle forme, della metamorfosi intesa come integrazione di momenti opposti ma sempre compatibili l’uno con l’altro.

Claudio Strinati, Roma, luglio 2009

 

Botez sa, sin dai suoi inizi, che la sua pittura non può essere pacificata, che l’inquietudine e il dubbio le sono connaturati. Percorre come lenticolarmente, con sguardo penetrante sino al punto da straniarsi, i luoghi identitari del corpo: volto bocca mani, su tutti. Scava situazioni continuamente ambigue, tra eros e avvertimento d’oscuro disagio, in odore di perdita. Sempre, situazioni in cui l’identità è come in bilico, in transito, è e può non essere.

I colori che presiedono il nuovo clima visivo sono focosi, ardenti, avvampati, rossi saturi e viola, verdi forzati allo stridore, celesti taglienti e inquieti. La loro evidenza è scabra, la contaminazione li intorbidisce ma insieme li amplifica, la stratificazione di zonature piene e forti e di movenze sensuose e urgenti induce una lettura fervidamente discontinua, come d’un respiro che prema. Essi assumono, anche, un retrogusto di simbolo che ancora una volta rimanda, mutatis mutandis, ad aromi fin de siècle francesi e viennesi.

Flaminio Gualdoni

Dal testo della monografia "Doina Botez, Il corpo dell'immagine, Opere 1989-2013", Skira Editore, Ginevra-Milano2013.

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